1/02 h.21.15 Teatro “V.Moriconi”

QUARTETTO PER LA FINE DEL TEMPO

di O.Messiaen

Testi tratti da “ELEGIE DUINESI” di Rainer Maria Rilke

 

MACROCOSMI ENSEMBLE

Michele Scipioni clarinetto

Simone Grizi violino

Alessandro Culiani violoncello

Matteo Angeloni pianoforte

 

Fabrizio Carotti videoistallazione

Isabella Carloni voce recitante

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Sognando la Gerusalemme Celeste

«Conosco le melodie di tutti gli uccelli», cantava il poeta greco Alcmane in un’epoca persa nel tempo, quando la Natura tutta era divina e il canto degli uccelli era la voce inconoscibile di Dio. Un unico verso isolato, frammento di una sapienza oracolare di cui abbiamo perso le tracce. Messiaen, moderno Alcmane, si impose di recuperarla nelle sue opere percorrendo di nuovo, dopo millenni, la stessa strada dell’antico poeta: ascoltare, studiare con pazienza, umiltà e amore i canti degli uccelli per poterli ricreare in musica; come già Beethoven nella Pastorale ma con il rigore, il metodo, la consapevolezza scientifica di un musicista-ornitologo. E attraverso il suono degli uccelli, lucente e affilato come il diamante, squarciare il Tempo per accedere all’Eternità, all’Assoluto.

Il Quatuor pour la fin du Temps (Quartetto per la fine del Tempo), composto da Messiaen nel 1940-41 nel campo di concentramento di Görlitz ed eseguito la prima volta da un improvvisato quartetto di musicisti deportati di cui lo stesso compositore faceva parte, è espressione poetica di questa volontà. È un moderno viaggio spirituale verso la salvezza, profondamente religioso ma al di fuori di qualsiasi tracciato confessionale, che inizia con il canto aurorale di un uccello e termina con la lode del Verbo fatto Carne. Esso si compie per mezzo di una singolare liturgia di distruzione-riedificazione del Tempo e della sua forma, il Ritmo, nella quale Messiaen abbatte le barriere della scansione misurata tradizionale con le sue sequenze regolari di battute, metri, accenti e ritrova l’unità indivisibile del respiro musicale interiore: emozionale, imprevedibile e asimmetrico, atavico nell’uomo e ancora vivo nel “ritmo libero oratorio” del canto gregoriano. E insieme con esso una nuova-arcaica armonia di suoni, sospesa in un luogo senza tempo fra Oriente e Occidente.

Musica profondamente mistica, dunque, il cui fascino iniziatico è qui accresciuto da un’esecuzione che potremmo definire “multimediale”, dove il suono di Messiaen, ispirato alla parola sacra dell’Apocalisse di Giovanni, si integra con la poesia di Rilke, e con le immagini del pittore jesino contemporaneo Fabrizio Carotti, istantanee di una quotidiana eternità colma di lirismo. Nel tentativo di superare i limiti della Storia, appunto, sognando con Messiaen la Gerusalemme Celeste: un suono d’oro pieno, inciso nello spazio siderale dalla voce di un clarinetto-uccello in volo sopra l’abisso del Tempo.

Cristiano Veroli

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Il grande poeta tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926) scrive le “Elegie duinesi” – il momento più alto e intenso della sua creazione poetica – nel primo Novecento, nel pieno di quella crisi e frattura della tradizione moderna che scoppierà con la prima guerra mondiale e che raggiungerà con la Shoà il suo punto di non ritorno.

In quel contesto di certezze che vacillano il poeta grida la limitatezza dell’uomo dinanzi al mistero metafisico. Non un rifiuto della Storia ma una ricerca disperata di senso al vivere umano, cui la figura dell’angelo non dà risposta definitiva, ma il solo “presentimento” di un oltre.

Isabella Carloni

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L’esistenza fisica è una distruzione continua dei quattro elementi. Nell’imminenza del nulla corporeo, l’uomo si smarrisce nel caos dei linguaggi. Confusione caotica a illuminare l’essenza dell’unico Verbo fuori dal tempo. Sotto il profilo interiore, l’uomo si perde alla vista e il sacrificio della carne appare un passaggio necessario. L’angelo brucia l’aspetto più umano dell’esistenza e lascia il nero come contenitore protettivo di tutte le paure. La coscienza è chiamata a un’esistenza trascendente di colore cristallino. Questo percorso attraversa la solitudine e sfiora l’irrazionale come componenti essenziali. E il peso delle immagini varia verso una leggerezza che è superamento nell’abbandono dei quattro elementi.

Fabrizio Carotti

 

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